07-Tenebrae

Ciò che “Tenebrae” mette in gioco è la tormentata affermazione di una nuova e stabile identità maschile, identità resa precaria dalla rivoluzione antropologica a cui si è assistito nel ‘900 e che si lega, positivamente, all’emancipazione femminile ancora in corso. In tal senso, gli archetipi tradizionali hanno un ruolo molto particolare.
Nelle mie visioni di rado appaiono volti riconducibili a personalità specifiche; l’espressività di questi protagonisti è per lo più legata ad una fisicità muscolare che si fa’ portavoce di energie che aspirano ad emergere nel tragico epocale di un metaforico buio.
Tale fisicità (pleonasticamente virile o languidamente ambigua) fa’ iconicamente riferimento ad archetipi che evocano nostalgicamente la classicità: dal Laocoonte al “Torso del belvedere”, dall’ Apoxiomenos all’ “Ares Ludovisi”, tutti gli esempi dell’immaginario artistico occidentale sono ugualmente presenti.
Ma la deriva nostalgica che le caratterizza sta’ lì ad evidenziare il clima di assolute incertezze in cui , con grande difficoltà, le nostre certezze si muovono.
L’oscurità a cui mi riferisco è di natura esistenziale ed è tipica di ogni grande passaggio epocale, in cui un’idea precedente di mondo viene abbandonata mentre una nuova visione fatica ad affermarsi.
La crisi di questo nostro particolare periodo è però tale da investire soprattutto la figura maschile; Tale idea è di continuo sospesa tra la pratica di una “virilità” ormai non più funzionale e convincente e la difficile affermazione di una nuova identità, per ora precaria.
Il “Nudo”, come categoria estetica ed artistica, ha sempre l’ambizione di mettere “a nudo” la realtà.
Nel mio caso specifico, le virili forme atletiche dei miei modelli emergono da un profondo sfondo nero, eroso, segnato, consumato: esso è come una vecchia lavagna capace di evocare solo le deboli tracce di vissuti e ideali precedenti, frammenti di culture e ideologie forti sempre in procinto di essere riassorbite nel nulla.
In questa dinamica oscurità, luci ora morbidamente carezzevoli, ora violente e crude, sembrano scolpire una fisicità tesa tra estetico e senso di morte; la enfatizzata languidezza che ne deriva si fa’ portavoce di questa irrisolta ambiguità esistenziale.
Il conflitto luce-tenebre non trova soluzioni definitive poiché questo è, per ora irrimediabilmente, il tempo della sospensione e di un’attesa che ci condanna ad una insidiosa incertezza.

What “Tenebrae” brings into play is the tormented affirmation of a new and stable male identity, an identity made precarious by the anthropological revolution that took place in the 20th century and which is positively linked to the female emancipation that is still underway.
In this sense, traditional archetypes have a very particular role. In my visions, faces that can be traced back to specific personalities rarely appear; the expressiveness of these protagonists is mostly linked to a muscular physicality that becomes the spokesperson for energies that aspire to emerge in the tragic epochal of a metaphorical darkness.
This physicality (pleonastically virile or languidly ambiguous) iconically refers to archetypes that nostalgically evoke classicism: from the Laocoon to the “Torso del Belvedere”, from the Apoxiomenos to the “Ares Ludovisi”, all the examples of Western artistic imagery are equally present.
But the nostalgic drift that characterizes them is there to highlight the climate of absolute uncertainty in which, with great difficulty, our certainties move.
The darkness I am referring to is existential in nature and is typical of every great epochal transition, in which a previous idea of ​​the world is abandoned while a new vision struggles to assert itself.
The crisis of this particular period of ours is such that it affects the male figure above all; this idea is constantly suspended between the practice of a “virility” that is no longer functional and convincing and the difficult affirmation of a new identity, precarious for now.
The “Nude”, as an aesthetic and artistic category, always has the ambition of laying “bare” reality.
In my specific case, the virile athletic forms of my models emerge from a deep black background, eroded, marked, worn: it is like an old blackboard capable of evoking only the faint traces of previous experiences and ideals, fragments of strong cultures and ideologies always on the verge of being reabsorbed into nothingness.
In this dynamic darkness, lights that are sometimes softly caressing, sometimes violent and crude, seem to sculpt a physicality stretched between aesthetics and a sense of death; the resulting emphasized languor becomes the spokesperson of this unresolved existential ambiguity.
The conflict between light and darkness does not find definitive solutions because this is, for now irremediably, the time of suspension and of a wait that condemns us to an insidious uncertainty.


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