“Noi ci muoviamo in un mondo di parvenze, dove la realtà è sempre costruita dalla percezione.
Di conseguenza, quando la fotografia vuole presentarsi come traccia del mondo che ci circonda, ecco che quel che produce risulta essere solo un falso effetto di realtà.
In sintonia con l’arte contemporanea, l’autore abolisce dunque quanto della rappresentazione forniva un supporto all’idealizzazione di un fare fondato sulla mimesi delle cose (col loro presupposto di verità) e sull’espressione degli stati d’animo (con il loro presupposto di un Io-realtà capace di un’esperienza autenticamente interpretativa).
“Una concezione ‘realistica’ dell’immagine traduce una concezione obiettivata della realtà, ed entrambe traducono sempre un io = io” – scrive il filosofo Paolo Gambazzi.
Dunque come uscire, con la fotografia, da questa logica obiettivante dove l’opera si limita a riprodurre e a rappresentare?
Guadagnoli sceglie di trasformare le sue opere in manifestazioni (e non in copie) sul bordo tra realtà e immagine.
Esse mostrano un paesaggio sereno, affascinante e misterioso, ma non lo rappresentano davvero.
Ogni sua immagine è infatti una messa in dubbio radicale della rappresentazione a partire dalla rappresentazione stessa, e della fotografia a partire dall’interno della fotografia stessa.
Somiglianza e funzionamento rappresentativo non vengono negati, ma messi in uno stato di sospensione e di dubbio che trasforma le sue immagini in qualcosa di inquieto e affascinante, instabile e attraversato da una profondità inesauribile.
Schönberg, a proposito della propria pittura, amava dire: “io dipingo un quadro, non una sedia” – e con questa frase intendeva sottolineare che l’oggetto della sua opera è l’opera stessa, non ciò che rappresenta.
Nella stessa direzione si muove Guadagnoli quando realizza le sue immagini sovrapponendo scatti diversi, fino a creare una sorta di ultra-paesaggio che non rappresenta più una località precisa, ma che tuttavia evoca il fascino di grandiosi scenari naturali.
E in tali scenari esistenti-inesistenti la presenza dell’uomo risulta sempre attonita, incerta, come quella di un ospite di passaggio destinato forse a scomparire.
Così, dietro un’apparenza romantica le sue opere sono, tutto all’opposto, anti-romantiche: la voce della natura non riecheggia più nell’uomo, Dio è morto, e l’uomo non ritrova più nella natura né i segni della sua onnipotenza, né un’atmosfera di mistero che lo avvicini a una dimensione ultraterrena.
Tutto sfugge alla presa dello sguardo, tutto appare impenetrabile.
Ciò che rimane sono solo le tracce di notazioni scritte al margine delle immagini: frammenti di numeri e lettere intraducibili, tratte da diari e fogli ritrovati dall’autore.
La fotografia, con il suo portato rappresentativo, si dissolve “tra” le immagini, lasciandoci in uno stato di incertezza rispetto a quanto realmente visto.
Eppure, grazie a queste scritte un po’ esoteriche, non si assiste a un semplice svuotamento rappresentativo: tenaci ed enigmatiche esse ci ricordano la presenza dell’uomo, la sua caducità ma anche l’importanza della memoria.”
Gigliola Foschi









